
La recente notizia dell'approdo in Sud Africa di un cargo proveniente dalla
Cina carico di armi e munizioni destinate al governo dello Zimbabwe ha riportato
in primo piano il ruolo di Pechino nelle vicende africane. Lo Zimbabwe attende
ormai da oltre un mese l'esito delle elezioni presidenziali e questo può
soltanto significare che il presidente in carica dal 1980, Robert Mugabe, non è
stato eletto al primo turno o addirittura che è stato il suo avversario, Morgan
Tvangirai, a ottenere più del 50% delle preferenze. Le armi cinesi servivano al
regime per reprimere le proteste dell'opposizione e soffocare un'eventuale
rivolta popolare.
Non è un segreto né una novità che la Cina sostenga i dittatori africani sia
rifornendoli di armi sia intervenendo in loro favore sul piano diplomatico,
soprattutto in ambito ONU dove più volte ha esercitato il proprio potere in sede
di Consiglio di Sicurezza per impedire il voto di risoluzioni di condanna e
sanzione del loro operato. Più in generale, negli ultimi anni la Cina ha stretto
rapporti con gran parte dei governi africani avviando in breve tempo una vera e
propria colonizzazione del continente.
Il primo strumento di penetrazione finora utilizzato è quello dei prestiti. I
massimi organismi internazionali e i governi occidentali avevano appena
incominciato, finalmente, a pretendere dai governi africani, in cambio di
finanziamenti e aiuti allo sviluppo, garanzie di risanamento economico, rispetto
di precisi parametri finanziari, buon governo e tutela dei diritti umani, ed
ecco che la Cina si è apertamente dichiarata disposta a concedere prestiti senza
porre condizioni. Naturalmente gli africani hanno accolto con entusiasmo le
nuove opportunità ammantandosi della virtuosa causa della tutela della loro
dignità . L'Occidente "pensa di poterti dire come condurre i tuoi affari solo
perché ti aiuta, queste condizioni sono magari ben intenzionate, ma umilianti":
così si esprimeva mesi or sono il portavoce del governo ugandese. Pochi giorni
dopo il Ministro dell'informazione dello Zimbabwe, Sikhanyisio Ndolovu, definiva
"un crimine contro i diritti dell'uomo" le sanzioni adottate dall'Unione Europea
contro il suo paese: "Se Bruxelles non eliminerà le sanzioni - aveva minacciato
- dovrà affrontare la realtà . Le imprese europee saranno sostituite da quelle di
paesi dell'est come Cina, Giappone e Indonesia".
In secondo luogo la Cina si incarica di fornire infrastrutture, attivitÃ
produttive e servizi in cambio di petrolio e altre materie prime. In questo caso
sono gli africani a non porre condizioni: né sul fatto che siano delle imprese
cinesi a provvedere alla loro realizzazione né sulla qualità dei materiali
usati, a quanto pare spesso a dir poco scandenti, e neppure sul personale
impiegato e sulle condizioni di lavoro e salariali. Questo permette alla Cina di
utilizzare la propria manodopera e in certi casi di includervi decine di
migliaia di prigionieri impiegati senza retribuzione il che abbassa i costi di
produzione. Gli accordi stipulati con alcuni governi prevedono inoltre che i
dipendenti cinesi, inclusi i detenuti, diventino cittadini africani alla
conclusione dei lavori e non vengano quindi rimpatriati. In Zambia, ad esempio,
un paese che conta meno di 12 milioni di abitanti, pare che abitino già circa
600.000 immigrati cinesi.
La terza via di penetrazione è data dagli scambi commerciali grazie ai
quali, sempre ricavandone materie prime preziose, da tempo la Cina sta
letteralmente inondando l'Africa di prodotti, per lo più di bassa qualità .
L'evento che ha consacrato i rapporti di amicizia e collaborazione tra Cina e
Africa è stato il vertice di Pechino del 2006 al quale hanno partecipato i
presidenti e i capi di governo di 48 dei 53 membri dell'Unione Africana. Il
summit è stato preceduto e seguito da una serie di visite ufficiali compiute dal
presidente cinese Hu Jintao in diversi stati africani. Tra questi vi era il
Sudan che vende a Pechino il 60% della propria produzione petrolifera. Uno dei
progetti cinesi in corso di realizzazione nel paese è il complesso idroelettrico
di Merowe il cui costo da solo ammonta a 1,8 miliardi di dollari.
In sostanza, mentre il G8 ne condona i debiti per concedere all'Africa un'altra
opportunità di sviluppo, i governi africani si indebitano di nuovo. In più,
firmano contratti di lavoro che penalizzano la manodopera autoctona e accordi
commerciali che danneggiano i produttori locali. È quindi singolare la quasi
totale assenza di reazioni da parte delle associazioni e dei movimenti che da
decenni accusano Europa e Stati Uniti di neo colonialismo e imperialismo per
essersi comportati esattamente come ora sta facendo la Cina. In realtà , però,
questo non stupisce: negli ambienti terzomondisti no global, solo del mondo
libero e dei liberi mercati si deve dire tutto il male possibile, a costo di
inventare. Difatti anche i rapporti tra Africa e India, appena rinsaldati dal
vertice svoltosi l'8 e il 9 aprile a New Delhi, vengono definiti di
collaborazione e nessuno si permette di dubitare degli effetti che avranno sulla
vita dei popoli africani e delle buone intenzioni di chi li gestisce. Nessuno
per il momento ha avanzato dubbi neanche sulle intenzioni dell'altra potenza
finanziaria che si affaccia sul continente africano: i paesi arabi che, non
certo carenti di risorse energetiche, cercano con i loro petrodollari di
assicurarsi nuovi mercati e investimenti.
L'Occidnetale.it
30 aprile 2008